HHS – BENESSERE EQUINO – MA DA CHE PUNTO DI VISTA?….(1^parte). Di Alessandra Deerinck.

Uomo e cavallo sono un binomio millenario, e l’enumerazione delle varianti di quello che hanno fatto insieme richiede un trattato. Chi iniziò questa storia è sicuramente l’essere umano che vide in quest’animale un mezzo per migliorare le proprie condizioni di vita in molti modi diversi. Il denominatore comune è il cavallo, il cui comportamento verso l’essere umano è sempre stato molto costante. A pensarci bene, questo fatto è sorprendente, visto che il cavallo domestico, creato dalla selezione genetica attuata dall’uomo, ha una grandissima variabilità fenotipica e genotipica ed è veramente molto lontano dal cavallo originario.  Un tratto che si è solidamente conservato è che può sempre riadattarsi a vivere in libertà. L’essenza del cavallo, è la libertà, ed è anche la prima cosa che l’uomo definitivamente gli toglie tenendolo allo stato domestico. Il cavallo ha superato con successo tutte le prove cui lo abbiamo sottoposto, e si è adattato a vivere accanto all’umanità in tanti ambenti diversi. Fare in modo che, anche qui, il cavallo possa godere certi elementi che sono a lui più naturali, può certamente renderlo un compagno ancora migliore.

Ogni individuo ha varie possibilità di esprimersi, ma il suo comportamento è l’entità di espressione più completa e quella che si può analizzare per capire i suoi bisogni esistenziali.

Analizzando il comportamento equino, una cosa naturale per i cavalli è la socialità.  Se vogliamo essere scientifici, Machteld C. van Dierendonck, dimostra come essa sia certamente un bisogno etologico del cavallo anche allo stato domestico. Il risultato di questa indagine è pubblicato in “The Importance of Social Relationships in Horses” una tesi interessantissima svolta alla Facoltà di Medicina Veterinaria di Utrecht.

Un altro bisogno di ogni individuo, umano o equino che sia, è la libertà di scelta nelle interazioni con altri. Questo lato dell’horsemanship, che viene sempre tradizionalmente e accuratamente evitato, è il dialogo vero tra uomo e cavallo. Quando è possibile, salta all’occhio, è molto immediato e diverso dall’interazione più tradizionale, che avviene attraverso gli stimoli condizionati che fanno parte dell’addestramento.

La cultura odierna ha stimolato una grande consapevolezza per il benessere del cavallo, che si riflette in un diffuso aperto criticismo specialmente a livello di gestione di mantenimento, e di competizione.

Nel mio lavoro di addestratore vengo a contatto con realtà diverse culturalmente, oltre che geograficamente, e per meglio assistere chi m’interpella mi trovo a dover considerare le condizioni specifiche di persone e cavalli e a modificare i miei suggerimenti in modo che possano portare il massimo beneficio alla situazione.

Il criterio che uso per giudicare una situazione è l’elementare buonsenso, accanto all’etologia umana ed equina, perché il benessere del cavallo e del suo umano sono strettamente correlati e sono calati nella situazione specifica della loro vita. L’esempio più eclatante di ciò mi riguarda personalmente, e fa parte del passato in cui per montare a cavallo andavo a lavorare alla pista da corsa di San Siro. Lì, incontrai molte personalità famose del mondo delle corse, ma un’esperienza che segnò permanentemente il mio futuro fu di conoscere Maslogarth ed il suo proprietario Angelo Garbati. Angelo era un artiere che era stato anche fantino e allenatore. In gioventù aveva lavorato come artiere per scuderie famose come la Dormello Olgiata, e persino montato in lavoro il leggendario Ribot. Maslogarth visse per trent’anni nello stesso box alle scuderie del galoppo dove entrò dopo essere stato acquistato da Angelo alle aste ANAC di Settimo Milanese. Le scuderie del galoppo e la vita del cavallo da corsa non hanno nulla di etologicamente corretto, ma Maslogarth visse con Angelo una vita felice. Divenne il mio migliore amico in un periodo critico della mia gioventù; con lui vinsi e mi pizzai in alcune corse in piano. La cosa che mi piaceva di più era che mi stava a fianco senza cavezza e corda, mentre lo passeggiavo a mano, dopo il lavoro quotidiano, come faceva il mio pastore tedesco. Gli facevo la doccia senza tenerlo legato e lo avevo anche montato a pelo e senza imboccatura. Ero molto orgogliosa di quello che potevo fare con lui, anche se all’epoca non potevo farlo con altri cavalli o spiegare i dettagli di come succedeva, visto che era una sua idea. Il comportamento di Maslogarth segnò la mia vita così profondamente da essere l’ispirazione del mio modo di lavorare con i cavalli. Angelo e Maslogarth sono personaggi storici del galoppo a San Siro, e la Società Milanese gli ha dedicato anche una corsa. Maslogarth morì a trent’anni nel suo box, nelle braccia di Angelo, dopo avere vissuto una vita felice, in un modo assai diverso dai canoni etologici correnti. La loro situazione mi ha insegnato anche ad analizzare bene le circostanze di vita di un cavallo in modo completo prima di esprimere giudizi. I miei cavalli vivono in paddock o box, con una situazione sociale compatibile con la loro personalità e storia personale. Svolgono qualsiasi attività competitiva consona, che va dall’endurance al dressage etc, e sono alimentati principalmente con fieno polifito. Sono sferrati, ricevono attenzioni giornaliere per la pulizia del pelo e dello zoccolo e li pareggio personalmente con una frequenza che mantiene le dimensioni dello zoccolo vicine a quelle che avrebbero se potessero farlo da soli e avere una cosiddetta “vita da cavallo”.  Se andiamo su terreni difficili, usiamo stivaletti che si mettono e tolgono come facciamo noi esseri umani quando ci togliamo le scarpe.

Talvolta, giudicare obiettivamente e con buonsenso è molto difficile, perché normalmente la realtà, si scontra fortemente con quelli che sono i miei principi, ma fermarmi di fronte ai sentimenti personali e all’etologia, per queste situazioni, vorrebbe dire non modificarle, nemmeno per quello che posso fare contribuendo a migliorare la comunicazione tra essere umano e cavallo. Sto parlando della normalità, non della comunicazione che produce effetti spettacolari e che permette alle persone di stare in piedi sulla groppa dei loro cavalli. Molto spesso chi prova il beneficio che deriva dalla comunicazione, che sono in grado di stabilire con il mio lavoro, in un momento successivo s’interessa anche ad altre parti di esso.

La presente consapevolezza per il benessere del cavallo ha anche stimolato gli esperti ad approfondire molto i loro argomenti che riguardano il rapporto tra uomo e cavallo.

La quantità dell’informazione disponibile è talmente vasta che è possibile perdere il filo conduttore e non riuscire a connettere i vari punti. Purtroppo questo succede spesso, e a volte chi porta le informazioni le presenta in modo incompleto, o non vuole nemmeno connettere con altri che indagano gli stessi argomenti, e chi ne subisce le conseguenze sono proprio i cavalli e i loro proprietari.

L’horsemanship ha spesso come scopo la ricerca della leadership con il cavallo in un ambito che dovrebbe essere applicabile a tutte le circostanze. Malgrado i secoli di storia e le varie scuole, succede ancora troppo spesso che i cavalli non capiscano la comunicazione umana, e soprattutto che l’uomo non voglia vedere le ragioni di questa situazione che ha creato.

Alla base di questo problema io credo ci sia la mancanza della comunicazione immediata, quella che il cavallo può capire senza dover essere “addestrato” a farlo. In più, in una relazione, qualsiasi individuo, uomo o cavallo che sia, se non capisce cosa gli si chiede, non è motivato a partecipare volontariamente alla situazione e se può si allontana da essa. L’essere umano, invece che motivare il cavallo, istintivamente risolve il problema tenendolo legato, con mezzi di contenzione o finimenti, e così facendo aggiunge paura e insicurezza da ambo le parti. Queste emozioni, che sono parti del comportamento, sono difficili da controllare nella loro espressione.

Come ogni altra creatura, i cavalli percepiscono l’ambiente circostante attraverso i sensi, raccogliendo informazioni sulle quali poi basano il loro comportamento. Human Horse Sensing sviluppa l’horsemanship cominciando senza vincolare il cavallo, e creando un ambiente che diminuisce lo stress da addomesticamento, e favorisce la relazione da ambo le parti.

La leadership è sempre uno dei punti focali, assieme all’apprendimento e all’uso della vera comunicazione equina.

Alessandra Deerinck

21/12/2016

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