La Responsabilità dell’Istruttore – LE RESPONSABILITA’ ALL’INTERNO DEL MANEGGIO – Parte III

– LA RESPONSABILITA’ DELL’ISTRUTTORE – LA CULPA IN VIGILANDO

Quella dell’Istruttore è una professione particolarmente ambita e, spesso, è il grande sogno di tanti di coloro che montano a cavallo.

Ovviamente la specifica formazione istituzionale prevista dalle norme federali che porti al conseguimento dell’attestazione FISE è indispensabile. Questa è caratterizzata dalla pratica e da  competenze teoriche (sarebbe auspicabile anche una solida cultura generale…). Fondamentale poi che sia accompagnata da una reale esperienza sul campo che garantisca quella particolare abilità del tecnico nel sapersi destreggiare e prevenire le diverse situazioni che possono realizzarsi in maneggio con gli allievi.

E’ importante affrontare l’incarico di Istruttore con una particolare attenzione alle responsabilità che sono strettamente collegate al nostro sport. Le cadute e gli incidenti equestri sono variabili imprevedibile che possono capitare tutti i giorni anche ai cavalieri più esperti; ecco il perché dell’importanza delle regole: opportuni accorgimenti che riducono drasticamente la probabilità che si possano realizzare brutte esperienze che spesso danno origine a denunce ed un iter legale infinito, antipatico per tutti (Centro Ippico, Istruttore e persona che subisce il danno) e dalle conseguenze sempre incerte.

La competenza dell’insegnante ed una sana etica professionale che dovrebbe accompagnare il suo operato sarebbero già a priori una valida garanzia di affidabilità e sicurezza per l’allievo; le stesse strutture ed il parco cavalli dovrebbero rispondere a requisiti di sicurezza massima, per evidenziare la serietà di una attività importante, sana ed estremamente educativa.

Prima di tutto, si deve ricordare che l’Istruttore è gravato da una responsabilità oggettiva, nel caso che il suo allievo sia minorenne, come previsto dall’art. 4 del Regolamento di Giustizia FISE, per gli illeciti sportivi e disciplinati che possono essere da questi commessi. Per il diritto civile (art.2047 c.c. e seguenti), la responsabilità oggettiva è quella che opera sempre e in ogni caso, indipendentemente dall’intervento reale dell’interessato, per il solo fatto che egli si trovi in quella determinata posizione.  In questi casi, si prescinde dalla colpa effettiva del soggetto. La responsabilità oggettiva infatti si fonda solo sulla esistenza del nesso di causalità, per cui si risponde del danno anche se il soggetto non lo ha causato con intenzione o anche solo con negligenza. Per liberarsi della responsabilità si deve dimostrare la mancanza di collegamento fra il proprio comportamento e il danno.

A proposito della responsabilità civile, vi si può andare incontro se non si lavora con ampi margini di sicurezza, abilità tecnica e prevenzione: il cosiddetto comportamento con la “diligenza del buon padre di famiglia” come previsto dal’art. 1176 c.1 c.c. Trattandosi di veri e propri professionisti, addirittura si potrebbe considerare necessaria la diligenza prevista dal secondo comma dello stesso articolo, che deve essere valutata “con riguardo alla natura dell’attività esercitata”.

Relativamente all’equitazione in genere, la giurisprudenza si è mostrata molto divisa sul punto se ritenerla o meno attività pericolosa.

Tale è stata considerata in relazione all’attività svolta da scuole, circoli ippici e maneggi, ma non invece con riferimento allo sport in sé considerato. Dalla casistica esaminata dalla giurisprudenza sembra evincersi che fattori di pericolosità risiedano solo nell’insegnamento a principianti o nella pratica a livello agonistico.

Una parte della dottrina sostiene che “nel caso di circolo ippico, la presenza di un istruttore, di cavalli collaudati di un maneggio e di sentieri ben tracciati, all’interno di un campo cintato), la conoscenza del cavaliere anche neofita delle regole fondamentali che gli consentono di fronteggiare una situazione di emergenza, il fatto che il pubblico sia assente o comunque lontano dalla zona del maneggio, rendono pressoché inesistente il pericolo che, anche se non viene del tutto escluso, non rappresenta certo una costante dell’attività”.

Bisogna però tenere presente che vi sono pronunce giurisprudenziali di orientamento diverso. Resta fermo che l’accertamento sulle specifiche circostanze di fatto risulta determinante per l’esito del giudizio.

Vi sono delle variabili, importanti per definire al meglio le responsabilità, con diversi possibili attori  sia umani che animali:

– danno cagionato da un allievo a terzi durante una lezione in sella o nel trasferimento del proprio cavallo a mano dalla scuderia al campo di lavoro (o viceversa);

– danno che subisce un allievo durante una lezione (es. una caduta);

– responsabilità per il danno cagionato dall’animale (quindi del padrone o di chi lo ha in uso);

– eventuale divisione delle responsabilità con il Centro Ippico (responsabilità solidale), reale proponente del servizio.

Nel primo caso l’istruttore è sottoposto al principio della “culpa in vigilando”: di fronte ad un danno cagionato da un allievo, spetta all’istruttore, per liberarsi da un addebito di responsabilità, fornire la prova di non avere potuto evitare l’evento dannoso, nonostante un adeguato controllo degli allievi lui affidati, poiché si tratta di una situazione imprevedibile, improvvisa, e tale da non potere essere evitata con la dovuta vigilanza e prevenzione.

Qualora non siano state adottate le più elementari cautele per mantenere la disciplina tra gli allievi e le basilari norme di sicurezza, quali l’utilizzo del cap, di staffe di sicurezza, di cavalli girati alla corda prima del lavoro, se necessario, ed una razionale progressione di insegnamento tecnico a seconda delle reali capacità dell’allievo, non è possibile invocare “quella imprevedibilità del fatto che, invece, esonera da responsabilità nelle ipotesi in cui non sia possibile evitare l’evento nonostante l’adozione di un comportamento di vigilanza adeguato alle circostanze”.

È importante sottolineare che il dovere di vigilanza, base fondamentale per evitare il verificarsi di eventi dannosi verso gli allievi, non può essere definito in astratto, ma deve piuttosto essere determinato in base alle peculiarità specifiche di ciascuna situazione concreta e altri parametri, quali, ad esempio, la pericolosità intrinseca dell’attività sportiva, il grado di apprendimento, l’età, la formazione, la maturità e la capacità tecnica dell’allievo.

Ovviamente se ci si rivolge ad allievi giovanissimi o affetti da deficit, con parziale o totale incapacità, i livelli di attenzione si devono assolutamente alzare poiché l’attività diventa pericolosa di per sé e l’istruttore, insieme al centro equestre, devono attuare tutte quelle azioni atte a evitare che l’allievo possa subire o provocare un danno.

Quando un allievo subisce un danno, come ad esempio una frattura a causa di una caduta da cavallo o di un calcio, viene sempre in soccorso il principio del “danno ingiusto”:  “Qualunque fatto doloso o colposo che cagioni ad altri un danno ingiusto, obbliga colui che ha commesso il fatto a risarcire il danno” (art. 2043 c.c.).

La genericità della norma consente di farvi rientrare le situazioni e i comportamenti più svariati, per il suddetto principio di non creare danno agli altri; inoltre non è importante che la persona abbia agito con dolo (volontarietà del danno) o con colpa (con imprudenza, negligenza o imperizia o con violazione di norme, regolamenti, discipline), mentre è indispensabile che sia evidente il cosiddetto “nesso causale”, cioè il danno deve essere stato causato dal soggetto da cui si vuole essere risarciti. In sostanza il suo comportamento deve essere stato la causa dell’evento dannoso, nel senso che senza la sua azione od omissione il danno non si sarebbe verificato.

L’ultima variabile citata, è riferita all’altro elemento che concorre al cagionare il danno: il cavallo. E’ particolarmente difficile provare l’affidabilità di un cavallo in una particolare attività equestre: in genere però soggetti non troppo giovani, di razza “rustica” o che siano conosciuti nel centro ippico, vengono considerati idonei per indole e carattere alle attività di scuola e ricreative.

Come abbiamo visto, la natura dell’animale non può essere esclusa negli eventuali pronunciamenti giuridici: le reazioni del cavallo fanno certamente parte della sua natura di animale predato che, in particolari circostanze reagisce d’istinto provocando un danno. Anche qui è valido il principio del nesso causale: se il cavallo scarta a seguito di un rumore improvviso (perché viene acceso un trattore in prossimità del campo o perché qualcuno schiocca una frusta per divertimento), quest’ultimo è da ritenersi causa del comportamento dell’animale, quindi responsabile (o corresponsabile) del danno subito dall’allievo caduto.

Relativamente al “danno cagionato da animali”, il codice sottolinea all’art. 2052 che: “Il proprietario di un animale o chi se ne serva per il tempo che lo ha in uso, è responsabile dei danni cagionati dall’animale, sia che fosse smarrito o fuggito, salvo che provi il caso fortuito”.

Se il cavallo che provoca la caduta del suo cavaliere è di proprietà del centro ippico (cavallo della scuola), sarà quest’ultimo a rispondere per il danno; la stessa cosa è ipotizzabile se un cavallo “privato” viene messo a disposizione a titolo gratuito (perché il proprietario non riesce a montarlo con sufficiente regolarità ad esempio) per le attività di scuola: la responsabilità è riconducibile ancora una volta al Centro Equestre. Il rischio di impresa, ovvero il dovere imposto all’imprenditore di appropriarsi non solo dei vantaggi, si estende anche alle conseguenze negative derivanti dallo svolgimento della propria attività.

Le variabili inerenti le responsabilità e le differenti situazioni che hanno prodotto nel tempo pronunce giurisprudenziali spesso contrastanti sono un valido riferimento per non trovarsi in situazioni spiacevoli; la prevenzione ed una buona assicurazione sono alla base di una responsabile attività professionale.

Tratto dagli Atti del convegno di Cadoneghe – 13 giugno 2016

“Il Cavallo – La gestione tra etica e legge”

Avv. Susanna Fusco

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