Luciano Passarin – Tra l’incudine e il martello

Luciano non è un maniscalco. Luciano è un mito. Lo conosco dai tempi della Scuderia Chantilly di Cardano al Campo, con Diego De Riu, metà anni ’80 o giù di li. La sua proverbiale e straripante simpatia facevano si che i giorni di ferratura diventassero una sorta di “Zelig” a suon di battute e prese in giro. Ha rifatto le scarpe a tutti i miei cavalli. Conosciamolo di più.

– Luciano da quanto tempo fai questo mestiere e cosa ti ha portato a farlo;

Ufficialmente dal 1975. Ma ho cominciato molto prima. L’amore per i cavalli ha fatto si che ogni minuto libero del mio tempo fosse dedicato a loro. Andavo a vedere i concorsi, chiedevo, mi informavo, davo una mano come e dove potevo, leggevo le riviste di settore, tra cui quelle di mascalcia, tutto materiale pubblicato intorno agli anni 50, di stampo prettamente militare e mi ci sono ritrovato dentro senza un vero perché. La motivazione, quella vera e fondamentale è stata comunque la passione, mai venuta meno.

– Fare il maniscalco è una roba seria, dura e delicata. Ci vuole un sacco di esperienza, conoscenza dell’anatomia e buoni maestri. Chi sono stati i tuoi?

Uno su tutti, colui che mi ha instradato a questa professione, Remo Fanchini. All’epoca lui lavorava soprattutto con i cavalli da galoppo, a Dormelletto, casa del mitico RIBOT. Esperienza fondamentale sia per le problematiche che si riscontrano in questi cavalli che per il loro valore, non solo affettivo; il che comporta grandissima attenzione e cura dei particolari.

luciano

Luciano all’opera

– Il mondo della mascalcia, come tutto nell’equitazione, è cambiato notevolmente in questi ultimi trent’anni. Più facile o più difficile oggi ? E perché?

Forse era più difficile prima. Oggi c’è più conoscenza, più specializzazione e più rapporto, ad esempio, con i veterinari. Oggi il maniscalco non è più una realtà a se stante, bensì un collaboratore ed un coadiuvante del veterinario nella risoluzione di alcune patologie. Una volta questo rapporto era più distaccato. Io ho sempre cercato di tempestare di domande i veterinari, al fine di migliorare le mie conoscenze e di cercare la miglior risoluzione. Bisognerebbe avere una associazione ben organizzata e funzionale alla formazione dei giovani, dove i maniscalchi potessero avere una sorta di patentino in base alle loro competenze ed esperienze. Da considerare che oggi c’è molta più concorrenza. E’ cambiata l’offerta, ma non necessariamente la competenza.

– Qual’è la ferratura più difficile che tu abbia mai fatto?

Un buon professionista deve essere in grado di affrontare qualsiasi tipo di problematica. Le prove, le esperienze già vissute e la caparbietà di far bene il proprio lavoro……non esistono ferrature più difficili di altre, ma ferrature che magari impongono più attenzione ai particolari. Guardare come il cavallo si muove, come appoggia il piede e capire…..o almeno cercare di farlo. Ferravo un cavallo da galoppo, a Torino. Cavallo con pochissima unghia. Gli ho incollato i ferri e ha vinto una corsa. Venne fuori un articolo su un giornale: “cavallo vince con le scarpe da tennis”.

– Detto fuori dai denti, è un lavoro che consiglieresti ai giovani?

Si, ma solo ad una condizione. L’amore e la passione per i cavalli.

– Aumentano sempre di più i sostenitori del barefoot. Tu cosa ne pensi?

L’uomo nasce scalzo; le scarpe vengono dopo e a seconda del tipo di scarpe che metti i piedi ti fanno più o meno male. La ferratura è un “male necessario” soprattutto per i cavalli che fanno agonismo e che, senza ferri, non potrebbero fare determinate prestazioni. Ma in linea di massima non sono in disaccordo con chi ama i “cavalli scalzi”. Dei buoni pareggi e una buona manutenzione dello zoccolo potrebbero essere la situazione ottimale, ma, ripeto, dipende dall’uso sportivo che si fa del cavallo.

– Ma Dio…..è sempre Svizzero? (da un tuo noto intercalare….)

Sempre. E’ l’unico aggettivo che Gli riservo; per me un complimento.

– Cosa cerchi di trasmettere ai tuoi aiutanti apprendisti maniscalchi?

A parte quelle che sono le mie conoscenze professionali, l’amore incondizionato per il mestiere e per il cavallo, la cura del particolare, l’attenzione in ogni applicazione, l’anatomia e la dedizione. Non è un lavoro che comporta le otto ore al giorno e due giorni di riposo settimanale. I problemi li devi risolvere, anche alla domenica…….

ufficio di luciano

L’ufficio di Luciano

– Quanto ancora vuoi andare avanti con questo lavoro?

Fin quando il fisico me lo permetterà. Non sono più un ragazzino, ma per ora tengo botta.

– Ultima, poi ti lascio ai tuoi zoccoli da calzare……..una raccomandazione ed un pensiero ai giovani che volessero avvicinarsi a fare una delle professioni inerenti al mondo dei cavalli.

Per avvicinarvi in modo professionale a questo ambiente dovete essere motivati dalla passione e dall’amore incondizionato per gli animali ed avere molta pazienza ed umiltà nell’apprendere. Se lo fate per altre ragioni, come ad esempio i facili guadagni, è meglio che lasciate perdere e fate qualcos’altro perché non sarete mai degli uomini di cavalli.

Grazie Luciano per questa chiacchierata fatta tra un chiodo, un martello e l’incudine. Allontanandomi sento il deng deng tipico delle ribattute. Uno di quei suoni che riempiono le orecchie di tutti coloro che hanno a che fare con i cavalli ……ad esclusione dei sostenitori del barefoot. Ti vogliamo vedere ancora per lungo tempo impegnato “sul campo”. Che Dio ( Svizzero o meno) ti benedica.

Fabrizio Bonciolini con Luciano Passarin

Lainate, Ottobre 2015

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