Paolo Biroldi – L’equitazione in un click !!!

Paolo Biroldi è uno dei personaggi che da decenni accompagna il mondo dell’equitazione immortalandone i momenti più belli. Collaboratore di numerose riviste di settore è universalmente riconosciuto come uno dei “numeri uno” della fotografia equestre. Scambiamo due battute tra il serio e il faceto… fotografiamolo!

Paolo, cosa ti porta a incominciare a fotografare cavalli e quando hai preso coscienza che questa sarà la tua vita?

La colpa di tutto questo se la deve prendere Franco Faggiani, allora direttore de Lo Sperone. E’ stato lui a propormi una collaborazione e a credere nella mia macchina fotografica. Arrivavo dal “mare” e le mie foto erano solo di barche a vela. Ma è stato facile per lui convincermi. Quando ci siamo incontrati, mi disse poche parole: “In fondo non cambia nulla: i cavalli sono lunghi e stretti come le barche e entrambi difficili da fotografare… se riesci a fare una cosa riuscirai a fare anche l’altra”… era il 1987 o giù di lì. Poi è arrivato Cavalli e Cavalieri, fondato con gli amici di sempre: Umberto Martuscelli, Franco Faggiani, Paolo Manili, Luciana Rota e Paola Olivari… sempre i soliti direte voi! Già, gli amici con cui ho condiviso idee, notti in bianco, trasferte e momenti indimenticabili. Gli stessi amici con cui ho vissuto anche altre collaborazioni, prima con Il Mio Cavallo di Gaetano Manti e poi Cavallo Magazine diretto da Mario Palumbo. Poi tante altre avventure editoriali: una tra tutte, la bellissima esperienza fatta nello Studio “Art Direction” di Paolo Menon. Con lui ho potuto affinare le mie capacità grafiche e ho avuto il privilegio di poter lavorare in uno dei più bei giornali di cavalli mai più pubblicato: Purosangue Arabo. Ora collaboro con L’Opinione Equestre. Quasi trent’anni dedicati ai cavalli e alla carta che parlava e parla di loro.

– La fotografia è l’arte di fissare un istante di vita che non tornerà più, che effetto fa avere la consapevolezza di questo?

Non mi sono mai considerato un artista ma solo un buon tecnico prestato al mondo del cavallo. Ho sempre cercato di trasmettere quello che vedevo e che mi stava passando davanti senza andare alla ricerca di effetti speciali. Però è stata dura… ricordo le notti passate con Umberto a disegnare su un foglio di carta la parabola di un cavallo sul salto e stabilire quale poteva essere il momento giusto per poterlo fotografare al meglio e stabilire poi i momenti migliori per scattare la foto sui i diversi ostacoli: larghi, verticali, riviera e triplice… poi, la domenica, andare in concorso per mettere in pratica le nostre teorie. Ricordo le giornate con Laura Conz per capire come e quando poter fotografare un trotto medio, quale fosse il momento migliore per “fermare” una pirouette senza che il cavallo risultasse goffo e impacciato. Mi rendo conto che adesso tutto questo non avrebbe alcun senso. L’utilizzo delle macchine digitale ti permette, senza dover pagare molto, di “sparare” raffiche di foto e avere, in mezzo alle tante, quella perfetta… quella che noi cercavamo di avere con uno scatto singolo di un rullino di 36 pose. Caspita, mi sembra di parlare della preistoria

–  Invece tu  sei un artista!!!!  Nella tua arte, quali sono le componenti fondamentali per un buon scatto.

Credo che, come in moltissime altre cose, l’aspetto fondamentale da considerare sia il rispetto. Il cavallo è potenza, eleganza e dolcezza e credo che un buon fotografo debba solo limitarsi a esaltare questi aspetti. Non ho mai fotografato un cavallo a terra o in difficoltà, ferito o addirittura morto. Ne ho visti tanti e stando in mezzo al campo gara avrei avuto la possibilità di farlo ma la mia macchina non ha mai scattato perché credo sia giusto rispettare un momento di sofferenza. E poi non sono un artista visto che non ho mai firmato una foto. Credo di essere solo un buon professionista. Però vi racconto un piccolo aneddoto. Eravamo alla fine degli anni Novanta e lavoravo a Cavalli & Cavalieri. Un giorno fui chiamato da Gaetano Manti. Entrai nel suo grande ufficio: avevo davanti a me l’editore, il proprietario, il direttore, il gran mogol… tutto quello che era la figura più carismatica per me in quel momento. Mi disse dopo avermi fatto svolazzare davanti agli occhi un pezzo di un giornale: “Mi è capitata in mano questa pagina pubblicitaria e la foto di questo cavallo è tua. Non vedi che c’è la firma?”. Non era certo firmata e nessuno sapeva che quella foto era effettivamente la mia. In quel momento ho capito che non serve mettere un nome su una foto. La firma era la foto stessa e non so se la posizione del cavallo, il momento dello scatto, la scelta della location abbiano influenzato Gaetano ma mi ha beccato e devo dire che, in fondo, mi ha fatto piacere il fatto che abbia riconosciuto in me l’autore della foto. Non vi racconto, però, gli improperi che mi sono sentito rivolgere dopo… Vorrei chiudere però riportando una frase di Gaspard Félix Tournachon: “Non esiste la fotografia artistica. Nella fotografia esistono, come in tutte le cose, delle persone che sanno vedere e altre che non sanno nemmeno guardare”.

– La foto più bella che hai mai fatto e quella che vorresti fare.

Scatto le mie foto ai cavalli, alle persone e alle cose pensando a loro e all’ambiente che ruota intorno a loro. Penso solo che devo concentrarmi nel non banalizzare in una sola immagine chi ho davanti e studio il migliore dei modi per evidenziare la potenza, l’eleganza e la loro bellezza interiore. Essenzialmente scatto foto capaci di trasmettere emozioni molto comuni. Sono sensazioni create per piacere a una folla di lettori che le può guardare e apprezzare per tantissimi motivi diversi. Sfrutto la fotografia per il suo linguaggio universale, la lingua del cuore e delle emozioni. Raccontare con le immagini è un mestiere bellissimo e io ho sempre provato a farlo, a volte senza riuscirci. Tra tutte le foto fatte è difficile trovarne qualcuna da scegliere. Ognuna mi ricorda sensazioni ed emozioni, alcune sono tristi e tante allegre. Amici che non ci sono più come Marco Roghi, Romano Macrì e Antonio Broglia oppure bimbi che nel frattempo sono cresciuti o amori nati tra le selle e i finimenti, tutte foto con appiccicato addosso una valigia piena di ricordi. E la foto che vorrei fare? Be’, sono tutte quelle che non ho ancora fatto fino a oggi.

– Chi è il binomio più fotogenico che ti sia mai capitato di immortalare?

Il mio modo di far foto non rincorre la fotogenia. Sono un fotografo prestato al giornalismo per cui registro la realtà anche se filtrata dal mio occhio. Lavorando nello sport, mi sembrava di non poter aggiungere nulla con le mie fotografie. Un cavallo che salta bene avrà una bella foto e un cavallo che salta male avrà ugualmente una bella foto. L’unica differenza è che sarà una foto bella di un cavallo che salta male. Comunque sia Filippo Moyersoen e Dugano è sempre stato il binomio “facile” da fotografare, entrambi impeccabili.

– Come sono venute le marmellate di mele e di mele cotogne?

Buone, molto! Come buone sono altre cose che faccio. Vivo in campagna, tra le colline dell’Oltrepò Pavese, mi piace cucinare (soprattutto i risotti) e forse si vede dalle mie rotondità eccessive. Mi rilassa molto e mentre sono ai fornelli cerco di pensare a nuove cose, progetti editoriali, nuovi articoli e soprattutto adesso, vista la collaborazione con L’Opinione Equestre, alle domande da fare per le mie interviste.

– Come hai affrontato il passaggio dalle vecchie macchine fotografiche a quelle digitali? Hai sacramentato molto o ti sei uniformato in fretta?

Il mio passaggio al digitale è stato molto lento. Non mi fidavo e all’inizio scattavo sia con la macchina analogica sia con quella digitale. Pensavo che, facendo in quel modo, avrei sicuramente “portato a casa” il lavoro. Adesso, dopo una quindicina di anni, posso dire che il digitale ha rivoluzionato veramente il mondo della fotografia. Non vi tedio ora raccontandovi delle differenze più o meno evidenti che il passaggio al digitale  ha comportato e vorrei sorvolare sulla più semplici e banali come per esempio i vantaggi legati al risparmio di tempo e denaro, della possibilità di poter rivedere immediatamente lo scatto e rifarlo se non riuscito bene o condividerlo in tempo reale con tutto il mondo attraverso il social di turno. Secondo me abbiamo perso molto nel passaggio. Oggi abbiamo a disposizione una grandissima quantità di immagini, ogni occasione è buona per scattare diversi Gbyte di materiale al giorno ma trovo che ci sia molta meno attenzione nella composizione e nella realizzazione delle fotografie stesse e soprattutto, cosa più grave, sembra che si sia persa la capacità nel giudicare la differenza tra una foto bella e una brutta. Non dimentichiamoci anche che una macchina fotografica, analogica o digitale che sia, non ha mai creato una bella foto proprio come una macchina per scrivere o un computer non hanno mai scritto un grande romanzo.

– I tuoi programmi futuri? Sempre e comunque dietro il teleobiettivo e col microfono in mano a fare interviste?

Be’, continuare a fare interviste e a fotografare di sicuro e vorrei dedicarmi più seriamente all’editoria digitale, un genere che voglio affrontare nel modo giusto. A volte però guardo la mia carta d’identità e scopro che sono nato sessant’anni fa e questo mi fa pensare. Dovrei iniziare a dedicare il mio tempo ai nipotini, anche se credo di aver perso il treno. Ormai Giulia è già un’affermata veterinaria e Federico in odore di tesi nella Facoltà di Storia. Ma ho sempre qualche buona idea nel cassetto, fantastico molto su progetti futuri e non smetto mai di cercare di inventare qualcosa di nuovo: è un modo per non sentire il peso degli anni.

– Però hai raccolto anche i cachi, marmellata anche di quelli?

No, quelli li affetto fini fini e li faccio seccare al sole. Non ho inventato nulla di nuovo anche perché di frutta disidratata ne è pieno il mondo ma mi piace farlo e trovo che i miei cachi siano molto più buoni di tanti altri. In questo caso “l’erba del vicino” non è così tanto migliore della mia.

– Ma tu sei appassionato vero di cavalli o per te è un lavoro come un altro?

Sotto l’acqua o il sole senza passione? Non credo…. se i cavalli non fossero una meravigliosa malattia a quest’ora lavorerei alle poste.

– L’equitazione e la sua evoluzione negli ultimi trent’anni. Cosa è meglio adesso e cosa sarebbe stato meglio che fosse rimasto come prima.

Questa è veramente una domanda difficile ed è per me quasi impossibile poter dare una risposta univoca. Certo sarebbe stato meglio fosse rimasta la cultura del cavallo degli anni passati e che i tanti “bla bla” sul benessere equino si fossero nel tempo concretizzati. Il nostro “mondo equestre” si potrebbe paragonare, oggi, a un capolavoro letterario. Mi viene in mente il Gattopardo dove in realtà, nel cambiamento è cambiato ben poco. Stessi nomi e stesse facce, stessi problemi. In più la crisi economica ha spazzato via molti appassionati e l’unica e vera conseguenza sta nel fatto che di tutti questi cavalli abbandonati si sono riempiti i macelli.

– Ma Paolo ha un sogno nel cassetto? Ce lo racconta?

Se dovessi aprire il mio cassetto dei sogni troverei una confusione terribile. Le idee non mancano e i sogni si moltiplicano in proporzione. Credo che la più probabile sia poter aprire una locanda o se preferite un’osteria qui, in collina. Un luogo di incontri per poter gustare buon vino tra i racconti di vita vissuta. Un piccolo locale pronto ad accogliere amici vecchi e nuovi, tra le immancabili fette di salame e i piatti della tradizione locale. Per ora rimane un sogno e resta nel cassetto ma vi chiedo una cortesia… non svegliatemi!

– Qual è lo stato d’animo di un fotografo professionista rispetto agli utilizzatori finali?

Ho scattato tanto e mi rendo conto che l’ho sempre fatto per comunicare qualcosa. Non scrivevo molto, non parlavo molto ma mi è sempre piaciuto raccontare quello che vedevo e l’unico sistema che conoscevo era la fotografia. Mi serviva per non dimenticare le cose viste ed era l’unico modo per trasmetterlo agli altri. Poi, crescendo, tutta questa poesia svanisce e ti scontri con la realtà di tutti i giorni. Scopri che tutto l’amore che hai messo nel tuo lavoro viene sminuito alla più brutta corsa al ribasso immaginabile. Dare un valore economico a una foto e trattare sul suo prezzo è la cosa più svilente che possa provare un fotografo. Sembra che quell’immagine improvvisamente non abbia più, nei suoi pixel, tutte le ore di studio, di esperimenti fatti, di fallimenti, delle tante gioie e delle mille frustrazioni, le ansie passate ad aspettare lo sviluppo dei rullini e la mortificazione nel vedere che alcuni scatti non sono venuti bene come avresti voluto. Una parte della tua vita e tutta la tua esperienza è anche in quella foto, centinaia di ore dedicate per un click trasformate in: “Non abbiamo tanti soldi e poi è solo una foto, se vuoi ci metto il tuo nome”. Come sempre chi deve pagare non lo fa mai molto volentieri.

– Prova a dire qualcosa a un ragazzo che si avvicina per la prima volta ad un cavallo. Convincilo a non allontanarsi mai più.

Sono convinto che già stare vicino ad un cavallo possa bastare per convincerlo, ma forse gli direi: “Guardalo negli occhi e accarezzalo. Lasciati guidare dai sensi, senti il suo odore e il calore della pelle. È la magia”.

Grazie Paolo, ti abbiamo distratto dal tuo lavoro e dalla tua raccolta di frutta, ma la prossima volta, almeno, ‘sta marmellata faccela assaggiare!

A proposito, la foto di copertina me la mandi tu o la devo cercare su internet?

Fabrizio Bonciolini con Paolo Biroldi

Milano, Romagnese – dicembre 2015

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