Umberto Martuscelli – Stavolta sto dall’altra parte!!

Ecco l’intervista che non ti aspetti. Che non ti aspetti perché di solito, l’intervistato di oggi le interviste le fa.

Umberto Martuscelli è “il giornalista” per eccellenza delle “cose” equestri. Una voce autorevole, competente, precisa e coinvolgente. Per me, blogger per hobby, è un onore poter scambiare quattro chiacchiere con lui, parlando di cavalli, di questo meraviglioso e contrastato mondo nel quali entri e non riesci più ad uscire, nonostante tu tenti di “disintossicarti”. Umberto Martuscelli è, molto semplicemente, il numero uno!

– Umberto come nasce questa benedetta passione per i cavalli.

Provengo da una famiglia con forte radicamento equestre, soprattutto per il salto ostacoli. Uno zio acquisito era cavaliere in voga negli anni ’40/’50, Riccardo Storti, amico di Piero e Raimondo d’Inzeo. L’aria che si respirava a casa ha in un certo senso instradato me e mio cugino, Nicola de Rienzo, all’equitazione. Dall’età di dieci anni ho montato alla Scuola Padovana di Equitazione, con il Maresciallo Giovanni Cinti prima e col Maresciallo Efisio Murtas poi. Efisio Murtas è stato per me un secondo padre. Carattere molto rigido, severo, prettamente “militare”, ma che nel momento in cui si accorgeva che dall’altra parte c’era un allievo disposto ad ascoltare ed imparare con umiltà e passione riusciva a trasmettere veramente tanto. E poi Stefano Carli e Barbara Carlon, preziosissimi sia come amici che come dispensatori di consigli. Stefano Carli, secondo me, è uno dei migliori cavalieri italiani di sempre: è riuscito a percorrere una carriera nazionale ed internazionale di primissimo piano, nonostante non fosse un professionista e nonostante abbia sempre anteposto il suo lavoro alla pratica sportiva, cosa che lo ha costretto a ottenere meno di quello che avrebbe potuto in termini di affermazioni agonistiche. Da juniores il mio sponsor era la scuola; all’epoca nelle scuole c’erano cavalli che potevano affrontare tranquillamente percorsi di un metro e venti e più, il cui utilizzo era perlopiù finalizzato al Saggio delle Scuole e ai vari campionati italiani giovanili, che davano prestigio e non solo. Poi un proprietario, Augusto Scagnolari, di cui già montavo i cavalli, decise di acquistarne uno importante per me. Doly delle Fiocche, da tutti chiamata Dolly. Era arrivata a Padova con Antonio Licheri ed aveva sei anni. Cavalla di una qualità eccezionale ma difficile, che non riuscii a montare come si deve. Sentivo addosso un grosso peso ed una responsabilità forte. Mi avevano affidato una gran cavalla ed io non riuscivo ad ottenere i risultati sperati. Dolly però mi ha dimostrato una cosa…….quella di essere sufficientemente bravo per capire che non sarei mai stato davvero bravo, non tanto per poter fare il cavaliere di professione. Così ho deciso di smettere di montare Dolly che poi, con Stefano Carli, ha ottenuto dei grandi risultati. Fine della mia carriera in gara.

– Da quanto, nella tua professione, ti occupi di equitazione.

Fine 1982. Al ritorno dall’Inghilterra, dove mi ero trasferito a lavorare come groom e cavaliere presso una scuderia e per migliorare la lingua. All’epoca c’era un giornale, “Giornale d’Equitazione” edito dall’ingegner Bedini, il primo settimanale del settore; Mi offrii come corrispondente dal Veneto e, miracolosamente, la mia richiesta venne accettata. Collaborai poi con lo Sperone fino al 1988, quando fu acquistato dall’editore Andrea Riffeser per essere affiancato a Cavallo Magazine. Poi, insieme a Franco Faggiani, Paolo Manili, Luciana Rota e Paolo Biroldi fondammo Cavalli e Cavalieri nel 1989. La rivista venne venduta nel 1992 all’editore Gaetano Manti e, nel 1994, Cavallo Magazine mi offrì di tornare a collaborare con loro. Accettai e da allora sono li. Quest’anno, a Verona, il giornale compie 30 anni e io… 21 con lui: il collaboratore con la maggiore anzianità di servizio… Per me è una bellissima gratificazione.

– Come reputi il cambiamento che c’è stato in questo mondo negli ultimi vent’anni, soprattutto in Italia.

Credo che dobbiamo uscire da un equivoco. La tanto sbandierata tradizione equestre Italiana, nella realtà dei fatti non esiste. Noi abbiamo avuto una tradizione circoscritta esclusivamente all’ambiente militare, dalla quale tra l’altro è nata l’equitazione sportiva moderna applicata in tutto il mondo, e che è durata fino alla seconda guerra mondiale. Da li in poi, la nostra eccellenza sportiva si è manifestata unicamente grazie ad alcune individualità di spicco. Ma il cavallo in Italia non è mai entrato nel tessuto sociale come invece è successo in altri paesi europei. Oggi abbiamo ottimi cavalieri ed ottimi cavalli, ma questo considerare l’equitazione un “non sport” ha fatto in modo che non si creasse un vero sistema. Creiamo eccellenze ma non abbiamo una piattaforma su cui spalmarle e, purtroppo, i risultati sono li a dimostrarlo. Gli stereotipi e questo tipo di mentalità hanno rallentato la crescita dell’equitazione come sport. C’è poi anche un altro aspetto. La contrapposizione quasi forzata tra i vari “management” che si sono succeduti alla guida della Federazione. Non vi è mai stata una organica rivisitazione di quanto era stato fatto in precedenza ed una continuazione sulle positività, ma si è sempre ricominciato tutto da capo e questo è un altro motivo di rallentamento.

– Qual è stata la più grande emozione sportiva che hai vissuto da giornalista e quale quella da speaker.

Da speaker annunciare Rodrigo Pessoa Campione del mondo a Roma, nel 1998; ma tutte le volte che prendo il microfono a Piazza di Siena è una emozione fortissima, perché Piazza di Siena è l’Italia….siamo noi.

Come giornalista invece un’emozione legata ad un libro che ho scritto nel 1988, “Uomini e cavalli nelle Venezie”. Un capitolo è dedicato ad un grande uomo di cavalli, il Generale Lucio Manzin. Un uomo straordinario. Andai a casa sua per farmi raccontare la sua storia. Era già parecchio malato. Il libro uscì dopo la sua scomparsa. Che lui non abbia potuto leggere ciò che mi aveva raccontato con tanta disponibilità e anche fatica è stato uno dei miei più grandi dolori.

– Chi è il cavaliere che, intervistandolo, ti ha dato maggior soddisfazione?

Giulia Martinengo Marquet. Mentalmente molto aperta; grande capacità analitica su se stessa e sugli altri; Trasmette benissimo ciò che vuole trasmettere.

– Quanto è dura seguire la comunicazione di un grande evento?

Dipende dalle risorse messe a disposizione dall’organizzazione del grande evento. Poi, ovviamente, dipende molto anche dalla professionalità e dall’affiatamento dei componenti lo staff comunicativo.

– Tornando indietro, rifaresti tutto da capo o qualcosa cambieresti?

Rifarei assolutamente tutto. Nessun rimpianto e nessun rimorso. L’unica cosa che toglierei è un po’ di titubanza, classica di quando inizi qualsiasi impresa.

– Ti hanno mai offerto l’Ufficio Stampa della FISE?

No.

– Ai vari “blogger” (me compreso) e comunicatori del web, siano essi professionisti o meno, che consiglio ti sentiresti di dare?

Agire sempre secondo coscienza. Potrebbe sembrare retorico, ma visto l’alto tasso di litigiosità presente nel web reputo che non lo sia. Bisognerebbe sempre attenersi a se stessi ed alle proprie linee guida, cercando di non farsi condizionare dalle situazioni contingenti. Bisogna poi ricordarsi che le persone non sono cose; Imparzialità, equilibrio e rispetto anche verso coloro che sbagliano. Ed infine curare la scrittura. La scrittura è il primo media. Parte tutto da li. Bisogna quindi coltivarla e migliorarla.

– Che rapporto hai con i social network?

Facebook è un fenomenale canale per far circolare messaggi e contenuti e quindi, se utilizzato nel modo giusto è molto positivo e lo approvo. Mi fa invece ribrezzo quando viene utilizzato come arma impropria per insultare e strumentalizzare. E’ una medaglia a due facce; purtroppo la facilità di comunicazione da anche “voce agli stolti”!

– Il mestiere di giornalista è molto ben espresso, secondo me, dalla famosa foto di Indro Montanelli con la macchina da scrivere sulle ginocchia. Tu avresti voluto vivere quei tempi , diciamo così, pionieristici della professione?

Dal punto di vista tecnico no. Ho sempre avuto una idiosincrasia verso la macchina da scrivere. Mi dava l’impressione di non riuscire a correggere. Ho fatto il passaggio diretto dalla penna al computer. Certo che una volta la professione di giornalista era una nobile missione. Chi la faceva si assumeva l’assoluta responsabilità della notizia. Non c’era ne contraddittorio ne verifiche. Era sentita in maniera molto responsabile e si ignoravano le situazioni contingenti come freddo, pioggia, fame, sonno, pur di dare la notizia nel migliore dei modi. Non per nulla giornalisti di quell’epoca sono diventati delle leggende. Oggi vi è una inflazione della notizia, data la velocità con cui viene comunicata. Il primo passo del giornalista odierno è verificare che una notizia sia tale davvero.

– Un aneddoto o una situazione legata alla tua carriera che non scorderai mai.

Ginevra. Dopo una gara è prevista la cerimonia di addio alle competizioni di un importante cavallo di Marcus Fuchs, Tinka’s Boy. Insieme ad un collega Francese dobbiamo gestire la cerimonia; io in Inglese e lui, naturalmente, in Francese. Finisce la gara ed io mi precipito in campo per essere pronto per la cerimonia, ma del collega d’oltralpe nemmeno l’ombra. Ad un certo punto si abbassano le luci, l’occhio di bue illumina l’ingresso al campo ed entra Marcus, con Tinka’s Boy al galoppo pancia a terra……..e del collega nessuna traccia……mi ritrovo quindi a dover gestire la situazione, sia in Inglese che in uno stentato Francese…..davanti a settemila persone plaudenti……panico…..ma alla fine ce l’ho fatta!! Almeno spero…

– I giovani, il seme del futuro. Hai un messaggio per loro?

Più che ai giovani ai loro genitori. Spalare letame fa tanto bene. Lavorare caparbiamente per guadagnarsi ciò che si vuole fa tanto bene. Non mettete i vostri ragazzi nella condizione di avere tutto con facilità e senza sacrificio. E’ normale che un genitore faccia di tutto per rendere la vita facile al proprio figlio, ma, così facendo, si rischia di crescere uomini che poi non sanno affrontare prima di tutto lo sport, e poi forse anche la vita.

Che dire. E’ stato emozionante per me parlare col “maestro”, col Jeroen Dubbeldam del giornalismo che profuma di cavallo. Mi sono sentito come quando, anni fa, facevo i primi stages con i vari Pessoa, Fuchs, Nooren……finivi la lezione e pensavi: “ma davvero ho montato con lui”?. Ecco…..proprio così.

Grazie Umberto, grazie infinite. Continueremo a leggerti con grande attenzione e con grande piacere perché lo sai….sei il numero uno!!!! Grazie per esserti seduto, per una volta, sulla sedia opposta a quella dove ti siedi abitualmente.

Fabrizio Bonciolini con Umberto Martuscelli

Milano, Padova – Novembre 2015

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